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Accade al portale AirBnb secondo quanto stabilito dalla corte di giustizia europea intervenuta per un caso sollevato in Belgio.

Ma cosa è accaduto realmente?
La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che Airbnb dovrà comunicare alle autorità tributarie di Bruxelles alcuni dati relativi agli affitti delle sue strutture.

La vicenda risale al 2017, quando le autorità tributarie della regione di Bruxelles avevano chiesto alla compagnia specializzata negli affitti brevi di comunicare le informazioni turistiche avvenute in quell’anno. Airbnb si era opposta e aveva fatto ricorso alla Corte costituzionale belga. Il Tribunale a sua volta si era rivolto alla Corte europea.

Per Airbnb la richiesta di Bruxelles violerebbe le regole europee sulla libera prestazione dei servizi. La Corte di giustizia europea invece ha dichiarato che la legge belga non è contraria al diritto comunitario e ha quindi dato torto ad Airbnb. Ora la questione verrà sottoposta alla corte costituzionale belga, perché si pronunci in merito.

La sentenza potrebbe avere conseguenze anche in altre nazioni europee come in Italia, in quanto nel diritto dell’Ue la direttiva sul commercio elettronico non si applica alle norme fiscali, e alle abilitazioni professionali per le quali Airbnb è coinvolta.

Si tratta del secondo caso giudiziario che ha coinvolto la piattaforma di intermediazione digitale per gli affitti brevi e potrebbe non essere l’ultimo. 

Pochi giorni fa Airbnb aveva infatti dovuto dare 70mila euro al Comune di Roma il quale aveva fatto ricorso alla Corte dei conti. Nel 2020 l’azienda e il comune avevano firmato un accordo per raccogliere la tassa di soggiorno e la comunicazione dei dati sulle locazioni. Alla fine la municipalità di Roma capitale aveva ricevuto 5,9 milioni di tasse di soggiorno, ma non i dati. Da qui la richiesta di rivolgersi alla Corte dei conti e alla recente ammissione da parte di Airbnb di aver fatto un errore di calcolo sui precedenti versamenti. 

Airbnb dovrà comunicare al fisco belga i dati delle locazioni

Il caso che coinvolge Airbnb risale al 2017 e riguarda la legge belga. Questa obbliga gli intermediari, inclusi i portali di prenotazione, a comunicare all’amministrazione finanziaria i dati degli host e i loro recapiti, nonché il numero di pernottamenti e le unità abitative gestite nell’anno precedente. L’obiettivo è di identificare i soggetti debitori di un’imposta regionale sugli esercizi ricettivi turistici, i loro redditi imponibili e la natura del loro operato.

La regione di Bruxelles aveva quindi chiesto alla compagnia di comunicare le informazioni turistiche avvenute in quell’anno. Ma Airbnb si era opposta e aveva fatto ricorso alla Corte costituzionale belga, che a sua volta si era rivolta alla Corte europea.

A giudizio della Corte europea, la norma belga ricade nel settore tributario e abilitante e deve di conseguenza essere considerata esclusa dall’ambito di applicazione della direttiva sul commercio elettronico, come invece aveva chiesto Airbnb. D’ora in avanti i portali saranno quindi tenuti a comunicare i dati richiesti dall’amministrazione.

Il caso di Roma

Proprio pochi giorni fa Airbnb ha invece versato 70mila euro di tasse di soggiorno al Comune di Roma. Nel 2020 gli uffici comunali e l’azienda avevano firmato un accordo che prevedeva da parte dell’azienda l’incasso della tassa di soggiorno (la stima pre Covid era di 20 milioni di euro l’anno) e la comunicazione al Comune dei dati sulle locazioni (numero di presenze e pernottamenti).

Questi dati non sono però mai arrivati. Il risultato è che Roma ha poi ricevuto 5,9 milioni di tasse di soggiorno da AirBnb, ma non sapeva a cosa facessero riferimento questi soldi. Si è quindi arrivati alle carte bollate e alla vittoria dell’amministrazione comunale. Airbnb ha ammesso un errore nei calcoli sui precedenti versamenti e ha quindi inviato ulteriori 70mila euro nelle casse del Comune capitolino. Gli uffici comunali però hanno già annunciato che a loro volta faranno gli adeguati accertamenti per verificare che tutte le tasse di soggiorno siano state effettivamente pagate e che la multinazionale americana abbia i requisiti per l’intermediazione immobiliare oltre che le autorizzazioni per gli incassi.

Il caso di Firenze

L’episodio potrebbe servire anche per segnare un punto importante nella “lotta” che da qualche anno contrappone gli albergatori e Airbnb. I primi, infatti, si sentono discriminati e vorrebbero che si mettesse un po’ di ordine nel sistema degli affitti brevi, facendo sì che se ne occupasse di come prevede la legge le sole agenzie immobiliari.

C’è poi il caso di Firenze con il sindaco Dario Nardella che in una lettera aperta ha chiesto al Governo di stabilire delle norme per gestire un fenomeno come quello degli affitti brevi che altrimenti rischia di svuotare i centri storici. In una nota congiunta Federalberghi Toscana e Confcommercio si augurano che presto venga varata una legge ad hoc per salvare non solo le città d’arte, ma tutti i centri storici. Da tempo è pure in atto una contesa tra albergatori e aziende che si occupano di affitti brevi come AirBnb. I primi, infatti, si sentono discriminati e vorrebbero che si mettesse un po’ di ordine nel sistema. In una interrogazione parlamentare è stata avanzata la richiesta di stabilire un tetto massimo dell’8% sugli introiti richiesti da questi canali americani. Il Registro delle strutture ricettive, varato nel 2021, è stato un passo avanti, anche per contrastare la piaga dell’abusivismo e del lavoro in nero, ma non è stato giudicato sufficiente. 


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